Sull'evaporazione della scuola. Tra dad e desiderio

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Nina ha 15 anni e marina la scuola. Virtualmente. Sì, la scuola in presenza è sospesa causa covid. Lei marina il collegamento.

Silvia ha dodici anni e fa la seconda media. Anche lei frequenta in dad, ovvero con didattica a distanza. Mi dice che è meglio, cosi non incontra quelle iene delle compagne di classe che la bullizzano. Chi non la bullizza la snobba. Non ha l’amica del cuore e si confida in videochiamata con sua cugina. Ma questa non la vuol sentire perché troppo tragica. Ho un problema -mi dice per minimizzare le conseguenze dello stato emotivo e non fare la tragica come le direbbe la cugina- Non riesco a finire i compiti prima della mezzanotte... e non perché sono troppi. Mi distraggo, non mi appassiono.

Asia ha 17 anni, terzo superiore e terzo istituto cambiato. Non si trova bene in nessuna scuola. Con dovizia di dettagli esprime le cose che non vanno in ciascuna scuola. Anche lei ora segue in dad e solo dopo un mese la madre ha scoperto che non 'frequenta'. Non si connette.  O, forse sì, ma non con la classe. Assente ingiustificata.

Viola fa la seconda media, si collega regolarmente tutti i giorni, ma non esegue i compiti, non si fa interrogare causa improvvisi quanto provvidenziali disturbi alla linea telefonica e dice un mucchio di bugie ai genitori quando le chiedono come va la scuola.

Basta, non cito altre situazioni perché in fondo tutte si somigliano. Hanno peró un comune denominatore: problemi scolastici e adolescenza.

Il momento che stiamo vivendo col coronavirus e che evidenzia tanti problemi scolastici sta facendo da cassa di risonanza di molti altri problemi dei ragazzi. E non solo. Mi chiedo se i problemi che denunciano siano da imputarsi alla dad o se il sintomo scuola sia la solita forma di protesta per denunciare altro. Anzi, per evidenziare qualcosa, le difficoltà del cambiamento per esempio. Cambia il corpo, cambia la mente. Non ci si riconosce.

 La scuola è sempre stato un termostato eloquente di disfunzioni soggettive e collettive/istituzionali.

Per prima cosa (inizio dalla cosa positiva) significa che la scuola è ancora importante. La scuola non è morta come predicava Ivan Illich negli anni ’70 o John Holt fondatore delle homeschooling e unschooling. Bisogna riconoscere che anche senza prevedere il coronavirus precorsero i tempi del fare scuola da casa…

Se la scuola fosse morta, sarebbe decretata dall'indifferenza. Come in una coppia che litiga finché ci si riversa aggressività vuol dire che un sentimento circola ancora. 

Non è il caso di affrontare il problema dei ragazzi su citati con una analisi del profondo soggettivo e insondabile di ciascuno di loro. Preferisco porre come oggetto di riflessione la scuola. Se la dad funzioni o meno lo sapremo quando si riprenderà la frequenza di persona e i nodi della preparazione verranno al pettine. 

Il desiderio di scuola, semmai ci sia stato, che fine ha fatto?

Io ho frequentato la scuola quando non era obbligatoria. O, se non erro, era obbligatoria fino alla quinta elementare. Ricordo di aver dovuto sostenere un esame di ammissione (cioè dimostrare con esami scritti e orali che ero abbastanza attrezzata per proseguire gli studi) per iscrivermi al grado successivo di studi. La scuola media non c'era in tutti i nuclei urbani. Chi poteva andare a scuola al capoluogo si sentiva un privilegiato. E lo era. La scuola era dura. Non era alunno-centrica, bensì fondata sui programmi da svolgere. Dewey dall’America, bacchettandoci, ci provava a farci capire che era il bambino a dover essere svolto, non i programmi. Che dire: l’alfabetizzazione superava il diritto al rispetto dei tempi di apprendimento di ciascuno!

Ricordo ancora l'angoscia davanti alle declinazioni latine e alla perifrastica da imparare già dalla prima media insieme all'Iliade e all ' Odissea, edizioni integrali, da parafrasare rigo per rigo.

No, non sono una nostalgica della vecchia scuola, né seguace dei ‘descolarizzatori’ su citati. Mi chiedo perché fosse così sentito l’impegno allo studio nonostante. Molto credo fosse dovuto all'autorevolezza che riconoscevamo ai nostri insegnanti-pungiball, a cui indirizzavamo nell'intimo le peggio cose, ma il cui giudizio costituiva l'asticella da saltare.

Spero di aver lasciato capire tra le righe di questo preambolo quello che maggiormente mi interessa: a cosa dobbiamo questo decadimento della scuola? La scuola non è morta, ma non sta troppo bene.

Il desiderio di ottenere a fatica qualcosa che non era scontato e il sentirsi privilegiati occupava un ruolo fondamentale nel corrispondere in termini di impegno e buoni voti il prezzo dovuto.

E neanche sono d'accordo con coloro che sostengono che la scuola annoi, come se per impegnarsi la scuola debba (per forza) piacere.

Andare (ed esserci veramente) a scuola deve includere l'idea di sforzo. Non si va con la leggerezza con cui si va al cinema o al circo. Insomma per me il desiderio non si nutre di tanto piacere quanto piuttosto di mancanza. Anzi questa è la condizione perché il desiderio esista. 

Se (il desiderio) non coincide con la ricerca di divertimento certamente include la ricerca di un certo tipo di piacere. Un piacere che oltrepassa il senso letterale dell'immediatezza dell'appagamento.

In consultazione sento genitori difendere i figli, giustificandoli in quanto, poverini, sono costretti a studiare cose che a loro non piacciono. Su una cosa, che pure lamentano, posso essere d'accordo: i prof non sanno ‘spiegare’ e non sanno trasmettere interesse.  Non tutti per fortuna.

Praticamente molti covano la convinzione che l'oggetto dell'insegnamento debba mascherarsi sotto le mentite spoglie della barzelletta o di racconti ameni. Che la nozione debba essere ben omogeneizzata per essere imboccata all'alunno. Come la mettiamo ora che wikipedia praticamente è in grado di omogeneizzare e perfino condire? Internet soddisfa la curiosità, ma non nutre l’interesse. Questo, è vero, é un ingrediente necessario per apprendere, ma non risiede nei contenuti ma in una certa bisognosa disponibilità del discente.

Il piacere non riguarda l'oggetto da apprendere (anche se ci sono contenuti che suscitano curiosità) ma la funzione mentale stimolata. Io devo provare piacere a imparare una cosa in più; pardon, non una cosa/nozione ma il gioco del montare un puzzle, del capire come funziona il gioco del mescolare le carte di ciò che apprendiamo per creare un nuovo sapere. O anche per il semplice gusto di saper pensare cose nuove da solo.

Comunque queste riflessioni non pretendono di insegnare niente. Ne parlo per non interrompere il dialogo con i tanti genitori che frequentavano i nostri seminari del sabato in Artelieu ed ora sono in lockdown. Io non ho un metodo spendibile da tutti, ma parlare e accendere opinioni sui problemi porta a risolverli. 

Penso sul senso delle esperienze fatte e mi tengo impegnata a fare come esercizio i miei puzzle mentali. A me la scuola è servita così com'era e so bene che oggi non ha senso reiterare quel modello visto che abbiamo un sapere tascabile sui nostri cellulari. Perciò mi chiedo legittimamente: a cosa serve la scuola oggi? O meglio: cosa 'serve' la scuola oggi ai nostri figli per nutrirsi?

Il covid e l'insegnamento a distanza, la dad, ci dimostrano che il processo dell'apprendere non è prerogativa esclusiva di ciò che accade in un edificio. Sebbene gli edifici scolastici, oltre il senso dell'etimologia di edificare, hanno uno scopo ben preciso...perfino irrinunciabile: il non potere accedervi funge da ‘castrazione’.

Non abbiamo mai pensato che solo i divieti attualizzano la nostalgia. E non capiamo che perché il desiderio ci sia ci vuole la legge paterna, la frustrazione. Questa rende possibile il desiderare. Ma, al contrario, noi adulti colludiamo con i giovani e impediamo che la frustrazione faccia il suo lavoro: accrescere il desiderio o quanto meno non atrofizzarlo. Assecondiamo la ricerca del godimento a tutti i costi. Il genitore, l’insegnante, che una volta erano nel miraggio per la ricerca di approvazione, hanno perso valore. Ogni cosa oggi sostituisce l’amore per un ‘oggetto’ umano: la droga, l’alcol, le dipendenze, il godimento immediato. Tutto fine a se stesso. Rimpiazziamo l’incontro faticoso con l’Altro. La causa della crisi educativa, dunque, è lampante: i genitori vorrebbero essere migliori dei loro padri, ma nel fraintendimento che essere migliori significhi essere ‘buonisti’ irrimediabilmente accondiscendenti alla soddisfazione immediata che il figlio chiede. I genitori vivono nel terrore di non essere amati, eludono il ruolo normativo frustrante e cercano coi figli l’amicizia collusiva.

Come vogliamo ripensare il ruolo genitoriale e dell’autorità, compresa la scuola, in genere?

Non certo come copia-incolla del modello del passato, ma con la trasmissione del desiderio e del codice affettivo indispensabile alla costruzione di una vita simbolica. E’ la vita simbolica che funge da intercapedine tra desiderio e consumo sfrenato dell’oggetto; crea lo spazio-fantasia del desiderare l’oggetto e permette di sostare nel desiderio.

Visto che sappiamo parlare col nostro cane o col nostro canarino, forse è utile saper parlare col trascendente che è in noi, sempre più sbiadito. L’evaporazione del padre e del senso del riconoscimento di ogni autorità ha spento la voglia di apprendere perché a nessuno riconosciamo la possibilità di insegnarci. E siccome la vedo dura penso che l’insegnamento non può più ancorarsi alle parole ma alla ‘testimonianza’. I padri e le autorità varie riprendano la loro autorevolezza con gli atti. Facciano il gesto ‘epico’ testimoniante il senso di responsabilità nei confronti del desiderio. Auguriamoci soprattutto, visto il momento storico, di reincontrare uno sguardo in un corpo vivo senza ricorrere ad un click su una tastiera.

I genitori e la scuola, prima della didattica, trovino il modo di iniziare i ragazzi alla ricerca del mistero della vita e della morte, cerchino di iniziare i giovani a ‘pregare’, non come è stato insegnato a noi con litanie e formule vuote, ma a pregare come sapersi inchinare umilmente di fronte al mistero e a saper ringraziare.

L'arteterapia ai tempi del Covid

Scritto da Laura Grignoli e Barbara Cipolla

I messaggi corrono su whatsapp…

Laura: –Ed ora? Come si fa ad animare i laboratori di arteterapia in questo periodo di confinamento?

Barbara: – Non si può uscire. I rapporti, perfino con il medico di base, si gestiscono con i messaggini. Le terapie individuali potremmo tenerle… chiedendo magari un certificato del tampone negativo, ma come si può rischiare di vedersi in gruppo e lavorare fianco a fianco, come ci si può scambiare il tubetto di colla o la scodellina dei colori? Ma se sospendiamo sine die vanificheremmo tutto quello che abbiamo fatto finora!

Laura:-In presenza è troppo rischioso, ma vedersi si può eccome!

Barbara:-Diamo appuntamento a tutti i componenti del gruppo su una piattaforma online e decidiamo il da farsi.

Mai abbiamo apprezzato la tecnologia come in questo frangente!

La principale difficoltà accusata dalle persone in questo periodo di reclusione forzata è l’isolamento. Senza i contatti con gli altri vivono una parentesi fuori dal tempo, senza ‘benchmark’ ovvero senza quelle attività che scandiscono le loro giornate.

I primi obiettivi dei laboratori di arteterapia a distanza sono pensati, a mo’ di sfida, per irrompere in questo isolamento, per trattenere quel legame sociale che rassicura le persone in terapia sulla sopravvivenza dei loro punti di riferimento.

Le condizioni del trattamento sono forzosamente cambiate, non ci si può incontrare di persona. Inizialmente si sperava solo temporaneamente. Ma i mesi passano e la situazione non migliora. Prendiamo atto che nell’emergenza non possiamo che sfruttare il problema come occasione per imparare ad uscire dai confort e dalle sicurezze. Scoprire l’ effimero è lo scopo principale di un  buon trattamento terapeutico.

Ogni psicoterapia si avvale di presenza: il terapeuta, il paziente, il setting. Questo in tempi normali. Anche in questo campo molti terapeuti son dovuti ricorrere alle terapie su piattaforme online o via telefono (gli psicoanalisti trovano la comunicazione verbale la più vicina a quella sul lettino).

L’arteterapia aggiunge ai tre elementi su citati anche i medium, ovvero i materiali di cui ci si serve per esprimere i vissuti, elaborando un’opera ‘artistica’. Insomma il corpo è attivo e l’opera prodotta è concreta: tangibile e visibile.

Tuttavia dobbiamo ribadire che i materiali non sono terapeutici in sé. Non sono pillole di antibiotico. É sempre l’arteterapeuta a mettere in piedi dei dispositivi tali da stimolare una risposta ‘erotica’ nel paziente. Il materiale a disposizione, tuttavia, quali i colori, i pennelli, l’argilla, la carta e altri materiali informali, pur stimolando alcuni, inibisce la maggior parte.

Non si ha una partenza automatica ma sarà sempre la relazione tra le parti, che guida il terapeuta ad orientare il paziente o il gruppo dei pazienti a esternare con gesti creativi il proprio mondo interno.

Il problema, dunque, che si è venuto a creare in questo periodo di confinamento, in cui ci si incontra online, è l’assenza del corpo. Anzi è meglio parlare di parzialità di presenza, visto che la presenza c’è, su un monitor, a distanza. La voce e la vista sono presenza attiva e fisica del corpo, è la prossimità che è alterata: vicini e lontani contemporaneamente. Abbiamo dovuto riflettere e studiare nuove modalità di gestire i nostri laboratori, inventandoci un Artelieu ‘diffuso’.

Oggi, dopo svariati mesi di confinamento, noi immaginiamo degli atelier aerei, virtuali, dove ugualmente si usano il corpo e le mani, però, la presenza tra i membri è da remoto, come si usa dire.

Ci chiediamo: è un evento eccezionale o il cambiamento investe la globalità delle forme relazionali?

Le frequentazioni umane vanno sempre più modificandosi, lo dobbiamo ammettere, e non solo a causa del Covid.

Il problema che si pone oggi in modo impellente sulla comunicazione umana ci induce a riflessioni ulteriori, che verranno sviluppate man mano dai nuovi Watzlawick. Per ora la sfida immediata è chiedersi se lo strumento video chiamata, che pare funzionare per i cosiddetti webinar, possa essere sperimentato per animare laboratori di arteterapia. Per molti che immaginano i laboratori d’arteterapia come quelli degli artisti con cavalletti e tavolozze certo appare insano proporre l’arteterapia online. Ma noi che vediamo l’arteterapia piuttosto come un’officina interiore sempre al lavoro siamo propensi a metterci in gioco in tutti i modi consentiti.

È evidente che gestire dei laboratori da remoto non può limitarsi ad improvvisazioni o a fare un copia-incolla di proposte che si fanno normalmente in presenza.

I dispositivi devono essere studiati ad hoc, per consentire di lavorare da soli pur con il cordone ombelicale delle emozioni connesso col terapeuta e con l’occhio di una webcam.

Pensare alla possibilità dell’arteterapia a distanza non vuol dire che è sempre possibile. In primis vanno analizzate le condizioni di attuabilità. Per esempio il tipo di problematiche del paziente, la sua familiarità con i mezzi telematici, l’ambiente in cui vive, la sua accertata resistenza ai prolungati tempi di connessione, la sua capacità di rifornirsi da solo di materiali basici con cui lavorare. Azione quest’ultima già di per sé fortemente creativa e decisionale.

Ma anche da parte del terapeuta devono esserci delle condizioni. Soprattutto gli si richiede di essere un ‘digital strategist’ oltre quello di saper gestire un gruppo a distanza.

E poi, per non farla troppo semplice, e per ribadire che non si può improvvisare l’ arteterapia a distanza, occorre che il paziente sappia gestire le emozioni sufficientemente, visto che tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo l’imprevisto: saper usare uno strumento non vuol dire necessariamente  padroneggiarlo.

E se durante il collegamento cade la linea? E se l’audio è disturbato? E se in casa ci sono altre persone per cui manca di privacy?

Tutti conosciamo il disagio di una videochiamata quando percepiamo l’interlocutore in modo diverso dall’incontro in presenza. Quando non possiamo sottrarci allo sguardo diretto. Quando ‘ospitiamo’ e ‘siamo ospitati’ nello stesso momento. Quando ‘viviamo’ due ambienti in contemporanea.

Prerequisito, dunque, fondamentale è la capacità nel paziente di saper gestire piccoli contrattempi senza cedere all’angoscia, ma anche di essere in collegamento senza ‘sostare’ a lungo sullo sguardo.

Siamo in fase di tentativi e tutto quello che stiamo sperimentando dovrà essere avvalorato nel corso del tempo e in condizioni le più diversificate.

La visione dell’arte e della sua continua evoluzione, alla base di molte nostre suggestioni che offriamo nei laboratori di arteterapia, ci prende veramente nel profondo, mostrandoci dei risvolti senza i quali non riusciremmo a dare un senso a certe produzioni dei pazienti.  

 Oggi per esempio percepiamo, tenendo conto dei fattori del macro e del micro cosmo artistici e scientifici, di vivere in un’epoca basata non solo sulle cose materiali e immateriali, ma sulla frenesia, sulla rapidità, sulla transizione. E’ l’epoca basata sempre di più su una realtà che sfugge, che porta l’uomo e l’umanità occidentale a vivere in modo illusorio la propria vita in relazione alle vite altrui: si percepisce veramente il senso del latente, il non toccabile, l’invisibile, il virtuale e il multimediale.

Nei nostri laboratori si sente moltissimo tutto questo. E non accade in modo intenzionale, ma semplicemente perché ognuno percepisce i cambiamenti e le suggestioni dell’epoca in cui vive. Detto questo è più comprensibile quello che proponiamo nei dispositivi artistici a distanza e perché le suggestioni che vengono dal mondo dell’arte sono rivelatrici.

Proponiamo qualche esempio di laboratori effettuati nella prima fase del confinamento per il covid, ovvero tra marzo e dicembre 2020.

Laboratorio per il museo del non visibile

La consegna è: crea un’opera pensabile, non visibile, in cui si usino solo le mani immaginarie.

Questo laboratorio presuppone un gruppo avanzato, che abbia già superato lo sblocco dell’immaginazione e che abbia accesso all’attività simbolica. Ci siamo ispirate all’iniziativa del MONA (museum of non visible art) creato da James Franco a New York. Si tratta di un museo di sole idee, senza opere fisiche da toccare o da guardare. Esse sono opere da immaginare a partire dalle descrizioni degli artisti autori che ‘espongono’. Iniziativa stravagante certo, ma l’extra vagare in arteterapia è l’investimento più redditizio.

La creazione è impalpabile, si serve di immagini descrivibili solo a parole in modo minuzioso, ricco e suggestivo, in modo che gli ‘spettatori’ possano creare una copia dell’opera nella loro testa. Ciò creerà tanti musei del non visibile quanti sono gli spettatori disposti a co-creare l’opera. Un bel risultato, vero? E il tutto senza uscire di casa, senza biglietto, dove l’ingrediente necessario è dato dalla concentrazione all’ascolto. Ciascuno si lascia andare a una visione fino a quando il vagare non si arresti su una sola immagine, completa come un quadro. Poi scrive su un foglietto con parole-pennellate.

Alla fine del laboratorio gestito individualmente della durata di pochi minuti, verrà riaperto l’audio e sulla piattaforma si procede alla lettura di ciascuna opera da parte dell’autore. Gli spettatori possono porre domande chiarificatrici del tipo: che colore era…la tal cosa era davanti a…

Si prosegue finché tutti i componenti del gruppo abbiano svolto il loro ruolo di autore. A seconda del gruppo si può aggiungere un momento di commento sulle immagini immagazzinate nel proprio museo.

Il progetto può sembrare stravagante e di difficile comprensione, ma altro non è che la specularità all’estrema evoluzione dell’arte contemporanea, dove spesso non è tanto importante il prodotto finito, quanto l’ispirazione, la novità, il gesto con cui viene realizzato. E noi analogamente in arteterapia non miriamo a produrre oggetti, ma a sollecitare processi. Il dispositivo suddetto non è stato facile, si tendeva a sconfinare nella scrittura creativa. Noi, invece, chiedevamo una immagine. Magari composita ma un’unica immagine. Dopo molte esperienze sarà un traguardo raggiunto.

 Laboratorio: Distanziamento con carezze

La consegna-guida per questo dispositivo è ‘Inventa con i materiali a tua disposizione a casa un congegno artistico che, mentre ti distanzia fisicamente dagli altri, ti consente di accarezzare.

I lavori sono interessanti in quanto evidenziano le massicce proiezioni della propria affettività che vengono investite sul lavoro. Ognuno mette in evidenza come discostarsi da ciò che ritiene pericoloso, ma ciascuno immagina anche come ‘toccare’ l’altro o come vorrebbe essere accarezzato. Ecco apparire allora un cappello a falde larghe da un metro, i cui terminali sono fatti di piume. Un altro lavoro usa il corpo con prolunghe alle braccia che terminano con guanti imbottiti di ovatta per accarezzare da lontano.

Le idee sono originali, ma non mancano congegni aggressivi, terminanti a punte come lance. L’avvicinamento è implicito nel senso profondo di ad-gredior. Più che accarezzare c’è la voglia di ferire, di arrabbiarsi con l’altro ritenuto ‘untore’, colpevole, nemico da abbattere. L’idea di fondo è una mancata distinzione tra pericolo reale e pericolo immaginario. Nella discussione finale si parlerà di proiezioni, difese, persecutore…

Conclusione

Al termine di ogni sessione, le creazioni venivano condivise sul gruppo WhatsApp creato per l’occasione. Tutti possono commentare i lavori pubblicati.

È stata l’occasione per molti scambi tra il gruppo e noi arteterapeuti. Questi collegamenti a distanza intorno all’arteterapia sono stati di importanza inestimabile in questo periodo di isolamento.

I temi affrontati si sono andati evolvendo. All’inizio si trattava di servirsi in modo originale e artistica di elementi della vita quotidiana della persona, come spostare l’arredamento o disporre le sedie in funzione simbolica poi le sedute sono state orientate all’immaginazione. Ad esempio, alcune sessioni sono state dedicate alla realizzazione di progetti ibridi. L’idea era di associare e fondere 2 elementi che non avevano alcun legame a priori tra loro. In gruppo, pur distanziati geograficamente, è stata l’occasione per rappresentarsi presenti attraverso stratagemmi artistici.

Da sottolineare ciò che abbiamo osservato quando sono riprese le attività in presenza in Artelieu nella pausa tra un lockdown e l’altro. C’è stato chi è rimasto deluso dal dover rinunciare a queste sessioni creative virtuali. Molti continuano a creare disegni da soli e a condividerli nel gruppo WhatsApp. La relazione virtuale creata durante la reclusione continua. Un segno che l’idea di frequentare virtualmente i laboratori è stata preziosa per il gruppo. E non solo per facilitare l’espressione.

Esprimere non è che mettere fuori quello che si è, mentre creare un’opera è aggiungere qualcosa di nuovo, è cambiare il senso della propria esistenza, è cercare di esistere attraverso l’opera, è porsi davanti a se stessi. L’opera d’arte va oltre il suo autore, l’opera è un evento che apre un mondo, trasformandoci. La conquista di se stessi attraverso il lavoro consiste nel diventare altro e non nel tornare al medesimo. Non si tratta di mantenere se stessi, ma attraverso il lavoro e le diverse impressioni del proprio potenziale, realizzare qualcosa di sé che prima non si era integrato. L’arte non registra il mondo, ma dà un surplus di significato, trasforma se stessi e il mondo vissuto. Uscendo da se stessi e tornando a se stessi, arricchiti dal viaggio compiuto, la nostra realtà si trasforma e noi stessi di conseguenza. “Creando un’opera, tutto accade come se l’Uomo mandasse il suo dubbio immaginario a portare a termine la sua ricerca, avanzando sulla scia di se stesso. L’opera si apre ad anticipazioni immaginarie di sé, attraverso figurazioni enigmatiche, diviene come uno scout che segue passo passo l’evoluzione, l’uomo compie un viaggio di andata e ritorno tra se stesso e la sua concretizzazione nel lavoro in cui ogni volta imprime qualcosa del proprio essere, per trovare nuovi modelli di identificazioni” (JP Klein).

Bibliografia

Grignoli L. (2019) Il corpo e le sue ‘gest-Azioni’, Franco Angeli: Milano.

Klein J-P. (2015) Penser l’art-thérapie, Presses universitaires: Paris.

Segreti e Segreti

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Lo dico a voi… ma che non lo sappia nessuno!

Quando penso al ‘segreto’ mi viene in mente qualcosa di scabroso e il senso di vergogna di chi in terapia ‘confessa’, non senza un senso di liberazione, ricordi rimossi.  Mi vengono in mente, però, anche quei piccoli innocenti segreti affidati all’amica del cuore durante i primi turbamenti adolescenziali, quando il bisogno incontenibile di dare un nome ad emozioni nuove, porta a inventarsi l’alter ego ‘ragionevole’, escludendo il resto del mondo ‘che non può capire’. L’idea che quel che proviamo sia esclusivamente nostro incoraggia il senso della segretezza.

Chiedo scusa al lettore se, lasciandomi andare a pensieri fluttuanti attorno al tema in oggetto, comincerò a vagare nei territori, non sempre adiacenti, abitati dai segreti. Ci sono segreti e segreti.

Ci sono segreti belli e utili. Ci sono segreti ‘mai detti a parole’ ma costantemente trasmessi in un silenzio tanto eloquente quanto assordante.

E, se cominciassi da qualche segreto confidatomi in terapia, violerei il ‘segreto professionale’?

Ahimè, noi siamo custodi dei segreti altrui e, spesso, anche di segreti che lo stesso affidatario non sa di custodire ma che ci espone in ogni minimo dettaglio, quando ci racconta coi suoi sogni le impressioni, quasi tipografiche, delle sue esperienze di vita. Come rughe sulla pelle.

Velia, neomamma, ha un comportamento assai bizzarro col suo bebè. Lo allatta al biberon e, mentre il piccolo ingurgita voracemente il latte, lei gli strappa di bocca la tettarella, ammonendolo: -Basta! Così soffochi! – Il piccolino prima stordito poi piagnucolante la induce a rimettergli in bocca il biberon. Fino al prossimo stop. La scena stop and go si ripete più volte, ad ogni poppata.

  • Ma credi davvero che con quel filo di latte che emette la tettarella potrebbe soffocare? -le dico.
  • Da piccola mia mamma era terrorizzata che io potessi soffocare. Mi rimboccava le coperte e mi diceva ‘Non ti coprire la testa se no soffochi! ’

Ecco come ereditiamo le proiezioni…Infatti, dopo qualche tempo Velia, sorpresa come quando pensiamo di assistere ad un miracolo, dice: – Ma lo sa che il mio bisnonno è morto soffocato? Nessuno me l’aveva mai detto, però! Questo è un segreto di famiglia, un tabù…L’ho scoperto da poco, per caso…notando che non solo io nella mia famiglia sono terrorizzata dai soffocamenti…–

Dobbiamo credere alle coincidenze o l’inconscio ‘traspira’?

Ci sono micro comportamenti che parlano all’inconscio di un bambino. A volte per generazioni.

Potrei fare un elenco lunghissimo di casi clinici a supporto di questa idea della ‘traspirazione’ dell’inconscio, ma mi preme spostarmi su un asse diverso, ovvero sulla ‘funzione’ del segreto, cosa che mi pare più importante dei contenuti.

Io sono una patita delle etimologie. Se vi annoio, prendetevela con la mia prof di latino delle medie, che per farci apprezzare la materia, che chiamavamo lingua ‘morta, ostica e inutile’, ci dimostrava che era viva e utilissima. E sapeva ben farlo.

La digressione etimologica serve a dimostrare che il segreto fa da setaccio della psiche. Lo capiamo appunto dalla sua etimologia. Il termine segreto viene del latino “secretus”, aggettivo e participio passato di “secerno”, che significa dividere, mettere da parte. Alla radice della parola “segreto” si trova dunque la parola latina “cerno” che significa passare al vaglio, così come quando si vuole separare il grano buono dal residuo ovvero dall’ “excrementum.”, il prefisso “ex”, mettendo l’accento sul rigetto, forma la parola “excerno” da dove viene il termine “escremento”.  La ritroviamo in biologia nella parola “escrezione” che riguarda le sostanze inutili o tossiche, ed in “secrezione” che riguarda delle sostanze nobili, utili. A partire da “cerno”, vediamo come passare al vaglio è utilizzare un setaccio i cui fori saranno gli elementi separatori. Questa nozione di separazione attraverso gli orifizi si ritrova nella cultura degli amerindi Hurons. Dispongono di una specie di ‘sensore’ di sogni, una sorta di setaccio a maglie larghe che, collocato all’ingresso della loro abitazione, ha la funzione di lasciar passare solamente i sogni buoni, mentre i cattivi, trattenuti dalle maglie, saranno bruciati dai primi raggi del sole affinché smettano definitivamente di turbare il riposo.  L’adeguamento tra gli orifizi permette di differenziare ciò che deve essere custodito da ciò che deve essere rigettato. Dalle maglie larghe passeranno le cose familiari che speriamo di conservare mentre nelle maglie strette verrà trattenuto ciò che deve essere eliminato. Sia che siamo nel campo del segreto costitutivo della personalità, o al contrario nel campo del segreto distruttore, ciò che conta non è tanto il contenuto del segreto quanto la capacità del setaccio a fare la scelta adatta.

Facile riconoscere in questa metafora come il segreto abbia a che fare con la problematica anale. Implica che il bambino abbia preso coscienza della presenza dentro di lui delle feci, che abbia sperimentato la capacità a custodirle o ad espellerle, in funzione dei suoi bisogni corporei ma anche abbia capito il senso che esse assumono nella relazione alla mamma. Insomma, ci si trova sempre di fronte ad una scelta tra il conservare e l’espellere. In questo affare, la composizione delle feci, le loro qualità fisiche sono ininfluenti. Stessa cosa accade per i segreti: ciò che conta non è tanto il contenuto del segreto ma la capacità di farlo passare al vaglio del proprio potere di decisione.

La semantica (non solo l’etimologia) ci viene incontro nel capire che la parola “segreto” è un sapere che abbiamo e che viene nascosto ad altri, in una relazione organizzata intorno al rifiuto di comunicare ciò che sappiamo. In altri termini, affinché ci sia segreto occorre che ci sia un altro, supposto interessato. Il detentore del segreto potrebbe confidarlo, ma non lo fa.   A seconda che il contenuto del segreto è piacevole, costruttivo o meno, la sua ritenzione è sorgente di piacere o di angoscia. Abbiamo visto che la detenzione del segreto permette al bambino di sviluppare la sua capacità a pensare e di provare il piacere di giocare con gli oggetti mentali che possiede. Nel campo dei segreti ‘vergognosi’, come le filiazioni inconfessate, gli errori commessi e certamente gli abusi sessuali, la conservazione può trascinare invece veri e propri stati di agitazione nelle relazioni con gli altri. Questa chiusura nei confronti dell’uscita dal corpo di ciò che contiene, corpo fisico attraverso le feci, psichico attraverso i segreti, è un modo di esercitare il potere di opporsi all’intrusione dell’altro e dei suoi desideri.

Il segreto vale anche come legame. Detenere un segreto è un atto di separazione, di padronanza che instaura un modo di essere. Ma, affinché questa padronanza sia autentica, deve essere convalidata. Che stiamo trattenendo un segreto l’altro deve saperlo.

Ma se ho un segreto come faccio a far sapere che ce l’ho e non voglio dirlo? O meglio, vorrei poterlo dire ma senza violare il codice della segretezza…

Ci sono parecchi modi di arrivarci senza tradire il nostro statuto di abili e onesti detentori del segreto, senza passare per spioni. Siamo nell’ordine della secrezione: mandiamo segni ad un interlocutore che il segreto esiste, senza rivelarne il contenuto, in modo casuale ed inconsapevole.

Una bambina, affidata ad una famiglia, ha manifestato il suo malessere interiore attraverso una continua agitazione e il sopraggiungere di vere e proprie turbe del comportamento, modi di fare apparentemente destinati alla madre adottiva. E’ servita la perspicacia di quest’ultima affinché la bambina le facesse conoscere gli abusi che suo padre gli infliggeva.

Il secondo modo di consegnare il segreto è di comunicarlo ad un depositario, attraverso un passo evidentemente volontario. Questa decisione segue generalmente una modificazione sopraggiunta nell’omeostasi interiore che il segreto contribuiva a mantenere. Sarebbe interessante conoscere l’evento che ha perturbato l’equilibrio spingendo alla rivelazione. La separazione assoluta che ha presieduto alla costituzione del segreto viene, perciò, spostata: il detentore si avvicina al depositario prescelto, ma opera così una separazione tra loro due e tutti gli altri che ignorano la transazione. Il depositario è scelto generalmente in funzione del ruolo che occupa o della sua funzione sociale. E’ il caso di noi psicoterapeuti.

Quanto può distruggere (o quanto può far crescere) l’avere un segreto? Quando e perché iniziamo a tenere i segreti? Ripercorrerei la genesi…

Una persona non ha il senso del “sé” fino a quando non ha un segreto. Non vorrei essere fraintesa. Non faccio l’elogio del segreto ma ci sono momenti nella vita di ognuno di noi in cui sentiamo di aver perduto la nostra identità per uniformarci al nostro gruppo sociale, all’ambiente di lavoro o al partner, in un rapporto fusionale. Coltivare qualche pensiero o qualche attività segreti, lasciarsi andare a qualche sotterfugio, ci dà la possibilità di riaffermare la nostra identità, di separarla da tutto il resto.

Il lavoro psichico in segreto è il mezzo e la prova di un’esistenza autonoma. Acquistando la capacità a pensare e a custodire i propri pensieri, il bambino fa una scoperta fondamentale per la sua evoluzione e sorgente in sé di piacere perché impara sempre più a giocare col suo pensiero come un oggetto in un gioco dove nessun altro oltre lui stesso fissa le regole.  Ma per lo stesso motivo, è introdotto nel campo del dubbio. Perché se l’onnipotenza dell’inizio della sua vita è sparita, ha lasciato posto ad un’incertezza in quanto alla perfetta comunione con altrui. Scoprendo il piacere di pensare e quello di conservare o no a propria scelta alcuni pensieri, scopre che ha un altro potere che è nel registro del linguaggio: quello di opporsi alla forza intrusiva del desiderio materno. Il bambino, sperimentando la sua capacità di conservare delle idee, conquista una capacità a dire ciò che vuole, il vero come il falso, un’idea al posto di un’altra che vuole nascondere. Saprà così, ed il fenomeno è decisivo per il resto della vita, che l’onnipotenza genitoriale ha i suoi limiti proprio perché non può entrare nel suo mondo psichico.

E’ necessario che il pensare segretamente possa essere un’attività autorizzata, rispettata. Questi segreti nascosti ai genitori aprono al bambino la porta verso una rappresentazione delle relazioni agli altri, fuori dalle relazioni di filiazione. Per inseguire il suo bisogno di sapere, il bambino elabora allora delle fantasie che allenano la sua capacità a pensare e gli permettono di perseguire la sua evoluzione.

Secondo la sua crescita, è portato a vivere molteplici esperienze, nei campi più svariati come la motricità, lo scambio relazionale, lo sviluppo dei sensi. Ogni presa di coscienza è interiore, è ignorata dall’ambiente circostante e non conosceremmo mai e in nessuno modo quanto ci colpisce e sperimentiamo, se non attraverso il lavoro psichico che avviene dentro ciascuno di noi. La capacità di fare tutto questo lavoro psichico in segreto appare come il mezzo e la prova di un’esistenza autonoma. Quando l’adattamento è così inadeguato che il corpo del bambino non può diventare un luogo di percezioni validate negli scambi relazionali, non può esserci per lui possibilità di prendere coscienza del  corpo  e del suo contenuto ed ancor  meno di poter  esercitare una scelta tra dire o no  ciò che sa di sé, perché ogni manifestazione da parte sua rischia di essergli restituita  come non avvenuta, il tenere segreto per sé delle cose porta il bambino, e l’adulto che diventerà, a quella che gergalmente chiamiamo  fantasmatizzazione diurna, ovvero all’attività del pensare.  Tra i primi pensieri che un bambino custodisce dentro senza rivelare a nessuno c’è quello sull’origine della sua vita. Immagina come è nato da mamma e papà. Non è raro che, specie per i bimbi adottati, su questo tema gli vengano dette delle menzogne. Tuttavia lui capisce dalle risposte che gli vengono date che spesso contengono segreti. È impossibile difatti che i genitori possano dire ciò che ignorano loro stessi su certi argomenti, inoltre gli comunicano ciò che sanno ma non certo ciò che appartiene alla loro intimità affettiva e sessuale. Questo segreto della relazione parentale richiama la curiosità del bambino, lo porta ad elaborare un pensiero che vive nel segreto della sua intimità, come la relazione resta nel silenzio custodito dai genitori. Il bambino che piange dal sonno e riceve regolarmente in risposta un biberon non può sapere niente del suo sonno né della sua fame, se non la confusione. Questo è solamente un esempio tra le molteplici vicissitudini alle quali i bambini sono esposti. Non parlerò dei fallimenti che caratterizzano le madri sufficientemente buone secondo Winnicott, ma delle inadeguatezze patologiche di madri troppo occupate dalle proprie difficoltà per lasciare al bambino l’uso del suo spazio psichico. E’ necessario che il pensare segretamente possa essere un’attività autorizzata, rispettata, anche se non conosciuta dalla madre. Questi segreti dei genitori aprono al bambino la porta verso una rappresentazione delle relazioni agli altri, fuori dalle relazioni di filiazione.

Nel campo degli abusi sessuali, il segreto è invece deleterio. Sempre più spesso i bambini confidano il loro fardello ad un depositario a cui chiedono di non dirlo agli altri. Ho notato, lavorando nella scuola, che abbastanza spesso in caso di abusi sessuali, le confidenze erano fatte a tutti, a chiunque mostrasse attenzione e promettesse di mantenere il segreto. Credo avvenisse perché la detenzione di segreti, se non è corredata da un’evacuazione regolare, provoca una tensione tale che un immediato sollievo, qualunque sia il modo scelto per averlo, è indispensabile. I segreti cercano una via di uscita, in mancanza della quale il detentore è esposto all’intossicazione. Occorre dunque che i segreti manifestino la loro esistenza attraverso differenti segnali che non sono necessariamente una comunicazione verbale o una rivelazione del loro contenuto. Il flusso tra fabbricazione ed estrinsecazioni deve essere continuo.

Abbiamo visto che ci sono segreti e segreti: quelli che in qualche modo aiutano la costruzione del sé, e quelli più complessi, come una vera e propria doppia vita, che spesso pesano come un macigno sulla coscienza e si trasformano in ansie continue. I più diffusi, ovviamente, sono quelli legati alla vita amorosa. Le ragioni che spingono in questo caso a conservare un segreto sono in effetti dolorosi. Quasi sempre. Ci sono cose di cui ci si vergogna, di cui ci si sente colpevoli, che si dissimulano per preservare la propria immagine agli occhi degli altri.

Ci sono segreti che nascondiamo, credendo di far bene, per paura di ferire gli altri. Spesso per proteggere qualcuno. Una logica questa che ci incunea in un dilemma inestricabile.

-Devo parlare? E se poi gli faccio male?

Tenere il silenzio serve a proteggere una persona cara o a ingannare la sua fiducia?

Poi ci sono i cattivi segreti, quelli che mettono in pericolo chi li custodisce e quelli che ne sono esclusi. Sono segreti ‘tossici’. Ne fanno parte quei segreti di famiglia che innescano le patologie di tutto il sistema familiare. Prendiamo ad esempio, un suicidio mascherato da incidente, un adulterio. Sapere e trattenere segreti simili non giova certamente alla mente.

La psicoanalisi ha molto trattato il tema del segreto…basti pensare all’inconscio che è un vero e proprio segreto verso se stessi. E, anche quando si approda ad una analisi per svelarsi i propri segreti, lo facciamo a rilascio lento. Molto molto lento.

Adolescenti e smartphone in un laboratorio di arteterapia

Scritto da

Abstract

Nel presente articolo si riferisce di una esperienza di psicoterapia di gruppo con adolescenti in un contesto particolare che è quello di un laboratorio di arteterapia, per raccontare le nuove frontiere del setting con l’adolescente e di come si possano creativamente inserire elementi quali l’uso del cosiddetto “smartphone” in una relazione terapeutica esattamente come è possibile utilizzare il disegno o il modellaggio della creta come protosimboli in una comunicazione che voglia aspirare a divenire trasformativa.

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L'utilizzo di animali nei laboratori di arte terapia con bambini

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Convegno L’animale nella psiche - Chieti, 6 ottobre 2013

L’utilizzo  di animali nei laboratori di arte terapia con bambini

Barbara Cipolla

Abstract

Nella psicoterapia con i bambini, e in particolare in arteterapia, le immagini degli animali sono un mezzo fondamentale per indagare lo stato mentale dei piccoli pazienti e per catalizzare dinamiche intrapsichiche molto primitive. Nei laboratori di arteterapia, che conduciamo da molti anni con bambini in età scolare, utilizziamo l’evocazione di animali reali e/o immaginari che, attraverso il disegno, la pittura, la creazione di sculture in argilla, l’invenzione di storie, la drammatizzazione, parlano delle relazioni di questi bambini con gli altri e con il proprio mondo interno. Essi possono identificare parti di sé in un animale ed agire attraverso la costruzione di un carattere che li rappresenti, o anche lavorare sul dialogo tra un aspetto più primitivo che aggredisce -o viene aggredito- e una istanza più matura di persona che sa costruirsi una tana che lo protegga; possono interpretare un animale antropomorfo in una storia che sia una traduzione, non consapevole, in immagini visibili, dalla forte carica emotiva, della propria autobiografia o meglio delle proprie immagini intime (simile a quello che con gli adulti è la creazione della metafora). Nel laboratorio di arteterapia non portiamo immagini di animali imposte dall’alto o preconfezionate ma cerchiamo di dare vita ad un mondo fantastico che utilizzi creativamente i materiali forniti dalla realtà. Attraverso l’identificazione con i personaggi/animali che il bambino in quella fase della sua vita sente più vicino a sé, al suo mondo interiore, è possibile trovare un significato e costruire un altro pezzo della propria identità, affiancati dal testimone-arteterapeuta. Attraverso la presentazione di stralci di casi clinici e foto mostreremo come il corpo del bambino racconti la sua storia attraverso la scelta di un animale e il terapeuta, successivamente, possa aprire un dialogo tra l’Io e le sue immagini.

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Lavorando con bambini e preadolescenti in arte terapia

Scritto da

Dott.ssa Barbara Cipolla

Relazione convegno 3 luglio 2010 - ARLES

Vi racconto una storia (dedicata al bambino che è in voi):

…. C’era una volta un Paese, grande, grande, grande, senza confini, senza mura di cinta, dove le case non avevano tetti perché non pioveva mai, non faceva freddo e non aveva mai nevicato. Le persone che abitavano in questo Paese usavano le case senza tetto per conservare le scarpe e il cibo necessario a vivere, ma non le usavano per dormirci o mangiarci; ogni giorno, essendoci tanto tanto spazio per tutti, esploravano posti nuovi dove riposarsi e riunirsi per mangiare insieme. La cosa più importante che un abitante di questa terra aveva erano le sue scarpe, l’unica cosa veramente utile durante il giorno per permettersi di esplorare tanto spazio e di notte per preservare i piedi da attacchi di insetti velenosi. L’unico animale di cui avevano veramente paura era quello! tutte le altre belve terrestri e acquatiche giravano tranquille senza darsi fastidio e godendo della terra e dei suoi frutti, che sembravano non finire mai…

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Amare e sparire: la violenza dell’amore

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(articolo pubblicato su www.rivistaimpronte.it)

Uccidere, come scrivere,
è tornare alla propria preistoria
(Philippe Vilain)

In una vetrinetta dello studio dove lui conserva i ricordi, si intravvedono un paio di guanti bianchi a fiorellini rosa.

Pablo l’aveva incontrata al bar Deux-Magots. Rimase colpito da quella brunetta, seduta ad un tavolino mentre si sfilava i guanti bianchi a fiorellini rosa e faceva uno strano gioco. Con un coltellino affilato colpiva velocemente tra un dito e l’altro della mano senza fermarsi neanche a vedere se si fosse ferita. Vestita di nero, le unghie laccate di un rosso acceso, lei si arrese senza resistere a quel giovanotto dallo sguardo penetrante col ciuffo sulla fronte.

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Un metodo per interrogarsi

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Finchè non saremo arrivati a sopprimere le cause della disperazione umana, non avremo il diritto di provare a sopprimere i mezzi con cui l’uomo prova a liberarsi dalla disperazione.

(Artaud)

Ovvero Verità o Metodo? Così suggerisce Ricoeur richiamando con inversa congiunzione l’opera gadameriana (Verità e Metodo), nel senso che o si sceglie di raggiungere la verità o si sceglie di utilizzare il metodo scientifico. Come a dire che l’arte,sottraendosi alla scienza, persegue la ricerca della verità (l’arte) cui si accede senza il metodo tipico delle scienze (Gadamer).

Il problema sta tutto qui: riteniamo la psicoterapia un’arte oppure una scienza?

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C’è ancora spazio per il desiderio?

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Relazione convegno Arles, 2 luglio 2011

Prima di passare al cuore del tema di questo incontro sento doveroso iniziare da una premessa che per i presenti non addetti ai lavori è necessaria. La premessa concerne l’entrata nel mondo del simbolico. Se non capiamo questo passaggio non capiremmo neanche l’importanza dell’arteterapia.

Avere un nome: in questo consiste esattamente il passaggio allo stato umano. Se si dovesse definire in quale momento l’uomo diventa umano, diremmo che è nel momento in cui, per quanto poco, entra nella relazione simbolica

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Odi & Legami…e non so come avvenga

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Non sono facile all'odio: lo ritengo un sentimento animalesco e rozzo e preferisco che le mie azioni e i miei pensieri, nel limite del possibile, nascano dalla ragione. Per questo motivo non ho mai coltivato l'odio come desiderio primitivo di rivalsa, di sofferenza inflitta al mio nemico vero o presunto, di vendetta privata. Devo aggiungere che, per quanto posso vedere, l'odio è un sentimento personale: è rivolto contro una persona, un nome o un viso. I nostri persecutori nazisti non avevano viso, né nome: erano lontani, invisibili, inaccessibili; prudentemente, il sistema nazista faceva sì che i contatti diretti fra gli schiavi e i signori fossero ridotti al minimo.

(Primo Levi)

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Lezione di Responsabilità

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Avrei trattato il tema della responsabilità con l’ottica in cui più mi identifico, quella sartriana, esistenzialista. Essendo l'uomo condannato ad esser libero, sostiene, infatti, Sartre, egli porta sulle sue spalle il peso del mondo intero, l'uomo è responsabile del mondo e di se stesso quanto al modo di essere. Usa qui il termine "responsabilità" nel suo significato corrente di "coscienza (d')esser l'autore incontestabile di un evento o d'un oggetto". In questo senso la responsabilità del per-sé è opprimente; egli è infatti colui per cui accade che "ci sia" un mondo. Condivido questo pensiero perchè non riesco a disgiungere il concetto di responsabilità da quello di libertà di scelta. Checché se ne dica, possono capitarmi tante cose, nonostante me, ma il ‘modo’ in cui le affronto dipende solo, unicamente da me.“Io anzi sono sempre responsabile anche di certe situazioni o dati di fatto indipendenti dalla mia volontà; ne sono responsabile come se li avessi scelti, in virtú dell'atteggiamento che assumo di fronte ad essi.”(Sartre)

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Forme e declinazioni dell’amore

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“Proprio oggi il mio giardiniere, dietro il mio sguardo compiaciuto di cotanta metafora vivente, sfoltiva i rami del pesco carichi di minuscoli frutti agglutinati l’uno all’altro. -Sono troppe…si ammalerebbero o verrebbero piccoline…meglio poche e gustose- mi ha detto quasi scusandosi della piccola strage che aveva commesso sotto i miei occhi.”

Ma io ho trovato la voglia di tornare a scrivere dalla sua saggezza, dopo essermi appuntata un memo su una pagina dell’agenda: ‘di troppa vicinanza si muore’.

Riapro la cartella degli articoli per Impronte, dove due file vuoti hanno i temi di ‘Crisi nelle istituzioni’ e ‘Amore’. Sono ormai dei mesi lì in attesa di essere sviluppati.

Penso che sarebbe bello fondere i due temi: l’amore al tempo della crisi. Oppure: la crisi dell’amore o le istituzioni in amore…Rido tra me e me.

Ma c’è poco da ridere, l’ amore entra in ogni esperire umano, vuoi per evitarlo vuoi per esaltarlo.

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“Zitti, vostro padre sta dormendo!” Dall’autorità paterna all’autorità interna

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Ho davanti a me un giovanotto. Quasi un bambino dall’aspetto: capelli biondi e lunghi, sorriso timido, linguaggio segmentato. Da quando ha abbandonato gli studi lavora col padre, professionista affermato che vorrebbe tramandargli l’arte, ma che non lesina frustrazioni pesanti. Dice che teme il padre al punto da rinunciare al lavoro, vuol andare lontano, magari all’estero e dimostrare a se stesso che vale qualcosa. Ha sempre temuto quest’uomo , nutrendosi anche del timore della madre che dal bambino otteneva obbedienza solo minacciandolo di dire tutto a papà quando sarebbe tornato…I giochi in casa dovevano essere silenziosi se no papà si sarebbe svegliato nervoso…

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